Survived to Modernity. Visions from Past Worlds

 

Westerners commonly assume about our planet that it is a place where modernity, with its baggage of advanced technologies and homologated and homologating cultural models, has unquestionably had the upper hand over the tribal world, with its ancient traditions handed down from generation to generation for millennia.
In fact, in almost all the continents, there are many pockets of irreducible resistance to the unrelenting planetary progress, and thereof common understanding of it, which seem to radically contradict this vision. Thousands of ethnic groups, most of them at serious risk of disappearance, as well as religious and social groups in countries of the southern hemisphere, practice rites and follow norms of social organization dating back to remote times; and arrived to us, today, unchanged through a path lasting for millennia.
The red thread that links the images of the “Survivors of modernity” is the documentation of a lost time that in reality is so surprisingly present. An attempt, through the diffusion of knowledge, to defend and preserve from extinction and degradation a remote and important fragment of our humanity.
This is the case of the Maha Kumbh Mela, the most important Hindu festival, which takes place in four sacred cities of India, attracting tens of millions of people who belong to the most disparate social strata. Hindus have a similar common vision of their visit to Varanasi, the oldest inhabited city on Earth, with canonical ablutions in the sacred Ganga river.
In the remote Valley of the river Omo, in Ethiopia, where paleontologists have identified what may be the oldest known site of Homo sapiens, many of the tribes living there still use primitive technologies of the Age of the Stone, despite their continuous contact with tourism.
Such ancient ways of life are also characteristic of many of the ethnic groups that populate the Rift Valley in northern Kenya.
In the Balkans, villages in remote mountains, which are difficult to reach, bring us back to a pre-industrial Europe that would be thought to have disappeared forever.
The red thread that links the images of the “Survivors of modernity” is the documentation of a lost time that in reality is so surprisingly present. An attempt, through the diffusion of knowledge, to defend and preserve from extinction and degradation a remote and important fragment of our humanity..

 

L’immagine comune che gli occidentali hanno del nostro Pianeta è quella di un luogo in cui la modernità, con il suo bagaglio di tecnologie avanzate e modelli culturali omologati e omologanti, ha ormai definitivamente avuto il sopravvento sul mondo tribale, sulle antiche tradizioni tramandate da millenni di generazione in generazione.
Esistono in realtà, in quasi tutti i continenti, moltissime sacche di irriducibile resistenza al suo inarrestabile incedere planetario che sembrano contraddire radicalmente questa visione. Migliaia di etnie, la maggior parte delle quali a rischio grave di sparizione, ma anche gruppi religiosi e sociali con ampio seguito nei paesi del sud del mondo praticano riti e seguono organizzazione sociali risalenti e proprie di tempi remoti, arrivate a noi immutate attraverso un cammino di millenni.
E’ il caso del Maha Kumbh Mela, la più importante delle feste induiste, che si svolge in quattro città sacre dell’India attirando decine di milioni di persone appartenenti ai più disparati strati sociali. Moltitudini che, nel bagno rituale e di massa nelle acque del Gange, vedono un’indispensabile tappa della propria esistenza terrena. O della visita a Varanasi, la più antica città abitata della Terra, con canoniche abluzioni nel sacro Ganga, che sempre per gli induisti ha un’importanza paragonabile al pellegrinaggio alla Mecca per i credenti musulmani.
Nella valle del fiume Omo, in Etiopia, dove i paleoantropologi hanno individuato quello che potrebbe essere il più antico sito di Homo sapiens conosciuto, molte delle tribù che la abitano, nonostante il contatto con il turismo, vivono ancora utilizzando tecnologie primitive proprie dell’Età della Pietra.
Tecnologie caratteristiche anche di molte delle etnie che popolano la Rift Valley nel nord del Kenya, terre selvagge dove il tempo sembra essersi fermato, che restituiscono al visitatore disposto ad avventurarvisi un’immagine dell’uomo affascinante e certamente molto simile a quella di millenni orsono.

Anche nei Balcani villaggi di montagna remoti e difficilmente raggiungibili, ci riportano a un’Europa pre-industriale che si penserebbe scomparsa per sempre.
E’ questo il filo rosso che lega le immagini di “Sopravvissuti alla modernità”, documentazione di un tempo perduto ma in realtà sorprendentemente attuale. Tentativo, attraverso la diffusione della conoscenza, di difendere e preservare dall’estinzione e dal degrado un pezzo remoto quanto importante della nostra umanità.